Il design del prodotto determina fino all’80% dell’impatto ambientale che questo avrà nel suo ciclo di vita[1], compreso quello degli abiti. L’eco-design sta acquisendo sempre più peso e può contribuire in maniera significativa al riciclo delle fibre tessili.

 di Redazione

L’etichetta di un abito dice molto su quel prodotto. A volte, decifrarne la composizione diventa una sfida degna di un compito di chimica del liceo. Questo perché, negli ultimi decenni, sono state privilegiate produzioni di tessuti che combinano fibre diverse. Dal 1975 la produzione mondiale di fibre tessili è quasi triplicata: sono per lo più sintetiche (circa il 65%) e il poliestere è quella più utilizzata[2] 

Ad oggi, solo l’1% delle fibre dei vestiti viene riciclato, mentre il 75-80% dei capi usati raccolti in Europa sono smaltiti, spesso tramite l’incenerimento. Il riutilizzo dei capi così come sono è sicuramente la soluzione migliore per gestire il fine vita degli abiti: basti pensare che, prolungando l’utilizzo di un capo di soli 9 mesi, è possibile ridurne l’impatto ambientale di circa il 30%. Allo stesso tempo, il riutilizzo è tecnicamente semplice e immediato, nonostante necessiti di impianti e know-how nella fase di selezione e preparazione al riutilizzo. Il riciclo delle fibre, d’altro canto, è un’operazione costosa e complessa, che richiede un importante impulso sul piano della ricerca e dello sviluppo. Si tratta di un campo con grandi potenzialità ma che oggi è ancora molto limitato e che richiede grandi investimenti. 

L’eco-design – vale a dire il processo di ideazione e creazione di un prodotto volto a ridurre al minimo il suo impatto ambientale durante tutto il ciclo di vita – può contribuire in maniera significativa al riciclo del tessile. I capi realizzati in quest’ottica, infatti, hanno combinazioni limitate di materiali differenti e di componenti chimiche, proprio per facilitare il riciclo dei tessuti. Ad oggi, buoni risultati si ottengono dal riciclo del cotone – la cui produzione ha un alto impatto ambientale –  e del poliestere. Ci sono poi distretti con una lunga tradizione a riguardo, ad esempio quello del cardato nella zona di Prato. Per mettere però a sistema tutto questo, sono necessari schemi condivisi e standard definiti. La Commissione Europea per il Green Deal ha inserito come priorità nell’agenda la definizione di strategie sostenibili per il settore del tessile e punta molto sull’eco design e sui temi della durabilità e della qualità dei materiali utilizzati per la produzione. Il processo di cambiamento è in atto e alcuni Stati UE stanno dando vita a programmi di sostegno e finanziamento del settore TAM[3]: tra questi c’è anche l’Italia con il Ministero dello Sviluppo Economico (dell’evoluzione normativa europea abbiamo parlato anche nel post “Una roadmap per ridisegnare il futuro del settore tessile in Europa“).

 L’adozione della nuova strategia da parte della Commissione è prevista per il terzo trimestre del 2021 e certamente gli attori coinvolti del settore avranno un motivo in più per accelerare un processo di trasformazione che affronti il tema del ciclo di vita dei capi con un approccio sostenibile a 360 gradi.