Il jeans ha un fascino intramontabile, tuttavia non bisogna dimenticare che genera un impatto ambientale importante. Per ridurlo, si fanno strada diversi progetti sui fronti del design e del riciclo.

di Redazione

Nel mondo occidentale, il jeans è sicuramente il capo più iconico nel settore tessile e nella moda in generale. Il più versatile e anche il più controverso, quando si parla delle sue origini. Il primo tessuto “blue jeans” pare sia stato realizzato in una fabbrica manifatturiera di Nîmes, in Francia: da qui si pensa derivi la parola denim, ma c’è ancora molto dibattito in materia. Ci sono, infatti, testimonianze ben più antiche, come alcune statuine di presepe tardo settecentesche conservate al Museo Civico Luxoro di Genova, che sembrano documentare come il jeans fosse comunemente utilizzato per confezionare gli abiti da lavoro e da festa già all’epoca. Addirittura, i pantaloni indossati da Giuseppe Garibaldi quando partì nel 1860 alla volta di Marsala erano di fustagno blu, probabilmente anch’essi un’anticipazione del tessuto attuale[1]. In ogni caso, il primo jeans come lo intendiamo oggi viene ufficialmente riconosciuto nel 1873 con il brevetto depositato da Jacob Davis e Levi Strauss e la creazione del modello classico del pantalone con la rivettatura in metallo, adottato poi dai minatori e cercatori d’oro dell’America dei primi del ‘900. Da lì il jeans si fece rapidamente strada entrando nell’immaginario collettivo attraverso i film western e subito dopo negli armadi dei giovani e di chi voleva affermare il proprio spirito “ribelle”, fino a diventare un’ispirazione anche per le prestigiose e patinate case di haute couture. Proprio in questi giorni, dal 2 al 6 settembre a Genova, si terrà la prima edizione di Genova Jeans: un’occasione per rendere omaggio a questo simbolo della moda e allo stesso tempo scoprire di più sui progetti per rendere questo materiale più sostenibile.

Per quanto il suo fascino resti inalterato, infatti, non si può dimenticare che la materia prima con cui è prodotto il jeans è il cotone, che ha un altissimo impatto ambientale in termini di coltivazione e lavorazione con l’utilizzo di pesticidi, acqua ed energia.  A questo si aggiunge la fase post-consumo che, purtroppo, vede ancora la maggior parte di capi destinati allo smaltimento, con una percentuale bassissima di riutilizzo e riciclo.
Ci sono tuttavia segnali positivi che testimoniano un’attenzione crescente a questo tema da parte di case di moda e produttori, che sempre più si stanno impegnando per proporre soluzioni alternative al modello di economia lineare che ha caratterizzato l’era del consumismo sfrenato. Ancora una volta, Ellen MacArthur Foundation è capofila di un ambizioso progetto che ha coinvolto nomi importanti del settore per ripensare la creazione, la produzione, la fruizione e il fine vita del jeans. The Jeans Redesign parte da una serie di linee guida che hanno l’obiettivo di creare un prodotto secondo un modello di economia circolare, riducendone così l’impatto ambientale. Numerosi sono gli spunti che emergono nell’analisi teorica e ancor più interessante è vedere quali soluzioni (e quali ostacoli) si sono delineati nei progetti realizzati dalle 72 aziende che hanno per ora aderito al progetto.

Il riutilizzo del jeans è stato al centro di RicuciTÒ, un piccolo ma articolato progetto pilota realizzato dalla nostra organizzazione nel 2019 grazie a un bando finanziato dalla Città di Torino: partendo dai jeans donati a Humana People to People Italia e non più indossabili, sono stati creati dei nuovi prodotti poi commercializzati nei negozi Humana Vintage e Humana Second Hand della città. Un progetto importante anche dal punto di vista sociale, poiché ha coinvolto alcune realtà locali come la Sartoria Sociale Il Gelso e il laboratorio della Casa Circondariale Lorusso e Cotugno, oltre alla Cooperativa Occhio del Riciclone.

Certamente, a tendere, l’obiettivo è quello di partire dal design stesso del prodotto, per rendere il jeans più durevole, creato per essere riutilizzato al 100% e prodotto con materiali sicuri e riutilizzabili, con un impatto minimo sull’ambiente. Ma cosa fare con le tonnellate di jeans già in circolazione? Su questo doppio binario sta lavorando da tempo Candiani, prestigiosa azienda italiana che dagli anni ’80 si è convertita a nuove politiche attente all’ambiente. Da un lato, con il lancio del nuovo tessuto Coreva™ (il primo denim stretch compostabile che sostituisce il sintetico con filati di gomma) l’azienda apre nuove frontiere al design del prodotto, partendo una materia prima rivoluzionaria; dall’altro, con il neo nato “PCR program”, valorizza il riciclo del denim già in circolazione: grazie alla collaborazione con Humana People to People Italia e con Filatura Astro, ha infatti avviato la produzione di un tessuto che contiene una percentuale di fibra riciclata da denim post-consumo (Post Consumer Recycled).

Le opzioni quindi non sembrano mancare e una richiesta sempre più importante da parte del consumatore di politiche sostenibili da parte delle aziende è un driver cruciale perché sempre più brand indirizzino i propri investimenti in questa direzione.